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Europa: cresce il mercato delle elettriche, l’Italia in coda.

Edoardo SadaEdoardo Sada

Mentre l’Europa spiana la strada all’industria dell’auto elettrica l’Italia rimane stabilmente attaccata ad auto  diesel e benzina.
Secondo i dati di EVvolumes.com il 2017 è in costante segno positivo per quanto riguarda le vendite di veicoli ibdiri ed elettrici.
Scremando la parte ibrida, che rappresenta ancora la maggior parte delle vendite delle auto green,  vediamo comunque buoni numeri a favore delle elettriche, come si può notare dalla seguente tabella.

EV trend chart

Il nostro paese, pur segnando un +38% di vendite fra 2016 e 2017, ha una bassissima diffusione di questo tipo di auto, siamo circa al 0,1%.
Questo ci pone fra le ultime posizioni degli adottanti di auto elettriche a livello europeo.
Si sa che gli italiani, da sempre, pur avendo costantemente delle nicchie di eccellenza nell’innovazione tecnica, non  possono di certo essere definiti come degli “innovators” quando si parla di adozione di nuove tecnologie.

I motivi sono svariati e cerchiamo di raggrupparli come seque:
1) cultura, l’italiano si apre lentamente a ciò che non conosce.
2) costo,  le auto elettriche sono ancora una tecnologia costosa rispetto alle auto convenzionali e gli incentivi variano mensilmente da regione a regione senza un piano chiaro e definito. Quest’ultimo fatto rende difficile fare una previsione, sia per il consumatore che per il venditore.
3) per mancanza di infrastrutture, come precedentemente scritto in un nostro precedente articolo “L’italia è uno dei paesi con l’aria più inquinata dell’UE” , dove riportammo meno di un anno fa che nel territorio italiano si contavano solo 893 colonnine per la ricarica in tutto il territorio nazionale.
Ad oggi secondo la stessa fonte il totale delle colonnine ammonta a 1030.
4) La mancanza di un’offerta interna, è infine secondo noi uno degli elementi che influisce su questo dato.
Anche se non possiamo provare scientificamente che un offerta elettrica da parte di FCA avrebbe aumentato il numero di veicoli elettrici circolanti, empiricamente ci sentiamo di dire, “assolutamente si”.

Definire “prudenziale” il comportamento di Marchionne a proposito delle auto elettriche è più che un eufemismo.
Il motivo per cui oggi FCA produce un’auto elettrica è dovuto alla ZEV policy presente negli Stati Uniti, unico territorio in cui quest’auto è venduta.
Questo regolamento prevede la presenza di almeno un veicolo ad emissioni zero nel portafoglio prodotti di ogni casa automobilistica che voglia vendere in stati USA come la California.
Tanto per dare un ‘idea di come era fino a qualche anno fa la situazione in casa FCA a proposito questo modello di elettrica, ricordiamo la celebre frase riportata dal Fatto Quotidiano” Spero non compriate la 500 elettrica, perchè ogni volta che ne vendo una perdo 14.000 dollari, sono abbastanza onesto da ammetterlo”.
A più riprese Marchionne è stato interpellato sull’argomento elettriche e la sua posizione non sembrava cambiare molto.

Sergio Marchionne ceo FCA
Recentemente, in un discorso tenutosi al Polo di Meccatronica di Rovereto, ha ribadito: “le auto elettriche non sono il futuro”.
Aggiunge poi il CEO del gruppo che se si considera il ciclo di vita di questo prodotto, qualora l’elettricità sia prodotta da combustibili fossili, le emissioni di un auto elettrica sono equiparabili a quelle di un auto convenzionale,
Su questo non ha torto, in Europa è ancora forte la produzione di corrente elettrica tramite combustibili fossili.
Quello che Marchionne non considera è però la costante e crescente rincorsa alla produzione di energia rinnovabile che avviene in ogni paese, anche se a ritmi diversi. ( per saperne di più consulta il sito ec.europa.eu).
Ad aprile 2017 tuttavia, durante la riunione degli azionisti del gruppo FCA, Marchionne dichiarò che se la Model 3 della Tesla avrà successo, ne copierà la formula aggiungendo stile e design italiano.
Il cruccio di Marchionne è chiaro, il mercato e la tecnologia elettrica sono ancora troppo giovani per poterli prevedere, e quindi i rischi ancora troppo alti, comprensibile.
In un quadro in cui tutti i maggiori player europei e mondiali si affannano a proporre modelli ed innovazioni elettriche FCA osserva ed aspetta un momento più propizio.
Chrisler Portal FCA group concept car
La strategia è chiara e razionale, come la persona: il gruppo rinuncia a fare investimenti rischiosi ed aspetta che il mercato si definisca in maniera più chiara per poi agire usufruendo del “vantaggio di non essere primi” risparmiando tempo, denaro ed evitando rischi.
C’è da contare che anche la scadenza del mandato dell’AD  nel 2019, può aver avuto un peso su questa strategia.
Per quanto comprensibile, non condividiamo.
Il gruppo FCA, che pur investe in nuove tcnologie quali la guida autonoma, giace in un momento in cui gli altri player già da anni si muovono e propongono prodotti sempre migliori.
Il rischio che FCA corre è quindi quello di presentarsi sul mercato non con un prudenziale ritardo, ma semplicemente in ritardo.

Pur essendo consci che muovere critiche è sempre facile, ci teniamo a sottolineare che le seguenti parole mirano veramente ad essere più costruttive che fini a se stesse.
Il pensiero è il seguente: un gruppo importante come FCA, il 7 costruttore più importante al mondo, non dovrebbe accontentarsi di copiare una formula (se pur vincente) e riproporla in chiave o stile Italiano.
FCA, a parer,  nostro potrebbe giorcare un ruolo molto importante in termini di ricerca e sviluppo sulla propulsione elettrica, in quanto anche se il CEO non è convinto che le elettriche non saranno il futuro, tutti gli altri player sembrano pensare il contrario.

Se pur con Chrysler il gruppo FCA sta dimostrando di compiere sforzi in ricerca per quanto riguarda la guida autonoma, ci sentiamo di esprimere un dissenso dettato dal non voler proporre soluzione in termini di motori o sviluppo batterie, in quanto crediamo che in Italia ci siano le competenze per essere all’avanguardia anche in tale settore.

In questo caso FCA si comporta un po’ come il resto del nostro paese, che non sfrutta a pieno il potenziale del genio ingegneristico italiano, ma rimane inerme al fine di non incorrere in investimenti rischiosi.
La ricerca e lo sviluppo hanno dimostrato di essere il fondamento di molti paesi che pur partendo da una situazione industriale meno forte, si sono affermati nell’economia mondiale.
Di sicuro stimolare la ricerca potrebbe giovare anche all’immagine del gruppo, che (sopratutto la parte dei brand italiani) non è percepito come pionieristico.
Investimenti in R&S sarebbero anche un bel messaggio per il resto d’Italia, che prepara benissimo i propri ingegneri e professionisti, ma poi non li sa sfruttare, causandone spesso la fuga all’estero.
(chiedo  perdono per quest’ultimo sfogo, ma purtroppo è cosi).

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